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La "tratta dei bianchi"
La povertà negli ultimi decenni dell'Ottocento era tale, spiega Marco Porcella nel libro "La fatica e la Merica", che una fonte di guadagno "dovuta totalmente al sacrificio delle donne contadine" era allevare gli orfani al posto dello stato: "Erano quasi sempre illegittimi abbandonati
(esposti) alla Ruota, che nelle città maggiori non mancava mai. Nei paesi, in mancanza della Ruota, li abbandonavano (o fingevano di abbandonarli) sui gradini delle chiese, sull'uscio del parroco o, in seguito, nelle mani della levatrice. (...) Una buona parte degli esposti, deboli, denutriti, infreddoliti, prematuri, moriva nei primi giorni. Per i sopravvissuti si calcolava come normale - in assenza di epidemie e circostanze eccezionali - una mortalità del 33 %. In maggioranza prendevano la via dei monti, perché le balie contadine, a differenza di quelle cittadine, avevano superato, per abitudine e per necessità, il " pernicioso pregiudizio " che invece si diceva trattenesse quelle cittadine. Si credeva che il " figlio della colpa " trasmettesse alla nutrice, e quindi al fratello di latte, figlio legittimo, malattie immonde e terribili come la sifilide, che in verità veniva diagnosticata come causa di morte o di gravi menomazioni nel 10% degli esposti. (..) Trascorso l'anno l'infante " da latte " diventava infante " da pane " e poteva essere allevato fino al dodicesimo anno d'età, dopo il quale l'ospedale cessava di corrispondere qualsiasi retta".
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