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Gian Antonio Stella, 49 anni, vicentino, fa l'editorialista e l'inviato di politica, economia e costume al "Corriere della Sera", giornale in cui, dopo gli anni della gavetta giovanile e l'assunzione al pomeridiano "Corriere d'Informazione", è praticamente cresciuto.
Sposato, un figlio, cuoco dilettante di un certo talento e chitarrista di appassionata mediocrità, vive un po' a Roma, un po' vicino a Venezia, un po' in giro.
Vincitore di alcuni premi giornalistici (dall'"E'" assegnato da Montanelli, Biagi e Bocca al "Barzini", dall'"Ischia" al "Saint Vincent" per la saggistica) ha scritto vari libri. Tra i più noti "Schei", un reportage sul mitico Nordest, "Dio Po / gli uomini che fecero la Padania", un velenoso pamphlet sulla Lega, "Lo spreco", un'inchiesta su come l'Italia ha buttato via almeno due milioni di miliardi di vecchie lire, "Chic", un viaggio ironico e feroce tra gli italiani che hanno fatto i soldi; "Tribù", uno spassoso e spietato ritratto della classe politica di destra salita al potere nel 2001, e infine “L’orda, quando gli albanesi eravamo noi” (Rizzoli, 2002; edizione tascabile BUR, 2003), dedicato alla xenofobia e al razzismo anti-italiani che i nostri emigrati vissero sulla loro pelle.
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